Introduzione

Ai tempi in cui mi diplomai il tema aperto, riguardava le insidie o le opportunità che la globalizzazione avrebbe rappresentato per la mia generazione. Ricordo che il tema era tale che alimentava molte curiosità che a loro volta condivano ricche discussioni, da più punti di vista. Ora la mia impressione è che, senza averlo metabolizzato, il tema è passato in secondo piano e di contro ci sentiamo tutti esseri globalizzati e facciamo fatica ad afferrare e riconoscere i contorni del nostro io, per radicata cattiva abitudine. Parafrasando Massimo Recalcati potremmo dire che siamo tutti dei gridi nella notte. Questa irrequietezza annebbia il nostro orizzonte, perdendo così di obiettività, di misura, a distorsione del senso reale dell’opinione.

Il fenomeno migratorio globale è sempre esistito dai tempi dei tempi e le nazioni o meglio ancora i popoli, sono figli di esodi e di migrazione. Le diverse ragioni si sono susseguite e il denominatore comune era “l’Uomo in Camino”. Da un punto di vista esemplificativo la formazione degli Stati Uniti d’America rappresenta l’esempio plastico di quanto appena enunciato.

Ritornando all’attualità se è vero che il fenomeno migratorio che interessa l’Italia non ha eguali nella storia dell’umanità sia in termini di flussi sia di motivazioni, è vero anche che la sua autentica drammaticità dimora nella crisi di valori di rifermento e nella conseguente mancanza di audacia da parte di chi, a vario titolo, è chiamato ad affrontare con politiche serie il fenomeno.

Il fenomeno è tragicamente semplificato e affrontato per dicotomia in una vana illusione a più riprese decantata, non si sa bene per quale motivo.

Se ci fermassimo un attimo e analizzassimo l’affermazione salviniana “ BASTA I CLANDESTINI” ci accorgeremo, pur ammettendo l’impostazione dicotomica di un confronto tra esseri umani ed esonerandoci al contempo dall’onere di approfondire le ragioni, dell’ovvietà e della ragionevolezza dell’affermazione. Allo stesso modo il tenore delle considerazioni empatiche della Boldrini in cui, della figura del rifugiato viene sempre più evidenziato la debolezza anziché il riscatto, l’autodeterminazione della persona e quindi “l’uomo che diventa artefice del proprio destino”, incolpevolmente rispetto alle originarie intenzioni, si giunge a spersonalizzare la persona e arrivare quasi a “disumanizzarlo”.

La convenzione di Ginevra 1951, fonte della disciplina della protezione internazionale ha una ispirazione universale. La protezione internazionale nasce in un momento storico ben preciso ed è fondamentale per me avere presente il grande equivoco che si è generato dall’errata e fuorviante narrazione del fenomeno, ed essa, appunto, non disciplina i criteri per la concessione della protezione bensì le ragioni per cui bisogna riconoscere l’asilo alla persona.

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