Il flusso migratorio verso l’Italia e l’Europa – Uno sguardo gene

Premettendo ed ammettendo il fatto stesso che la migrazione in senso generico, è l’unico fenomeno pratico che ha avuto come conseguenza immediata e primordiale la scoperta di nuove terre, è evidentemente poco utile tracciare la linea in mezzo e scrivere alla destra tutti i pro e alla sinistra tutti i contro che qualsiasi flusso migratorio porta con sé, poiché a prescindere non gioverebbe al confronto e alla riflessione in merito.

Nella riflessione riguardo alle nuove terre c’è il senso del concetto che si vorrà descrivere in questa sede: il Mondo è di tutti, tanto che sin dalla notte dei tempi gli uomini si sono spostati, nel Mondo, alla ricerca di territori e di “paesi” che potessero migliorare le loro condizioni di vita, qualsiasi fosse la loro provenienza.

Da qui il susseguirsi di conflitti, occupazioni, scontri fisici, sociali, culturali e religiosi, ma anche interazioni, commerci, conoscenze, competenze, risorse umane, risorse materiali e quindi, Vita.

Per fortuna il progresso culturale, politico e sociale oggi ci tiene lontani (almeno sulla carta) da pericoli belligeranti derivati dalle migrazioni, tenendo conto anche del fatto che la migrazione in sé non viene nemmeno percepita quando questa deriva da necessità lavorative appurate, poiché in questo caso, diventa normalità (giustificata, come se vi dovesse esservi un buon motivo oggettivo e universale per muoversi nel mondo, e non uno personale o privato).

Sta di fatto che attualmente, o meglio nel corso degli ultimi trent’anni, l’Italia convive pelle a pelle col fenomeno migratorio intenso e costante, di stranieri che per i più disparati motivi hanno intrapreso un viaggio verso lo Stivale. Trent’anni in cui si avvicendano varie correnti migratorie, l’una prima, dopo o con l’altra, ad ampliare il bacino demografico sul territorio nazionale (comunque mitigato dalla tanto nominata “fuga di cervelli).

Kosovari, Marocchini, Tunisini, Filippini, Bengalesi, Rumeni, Albanesi, Cinesi, Senegalesi, Ivoriani e via via, le cittadinanze che oggi vanno a comporre il panorama del popolo residente, a vario titolo, sul territorio nazionale.

L’ultimo fenomeno migratorio però, sui numeri e la portata (oltre che sul contesto storico-politico attuale) ci coglie se non impreparati, di sicuro disorientati.

L’accoglienza. L’accoglienza, tanto citata e tanto storpiata a parole (e anche a fatti), non è il mero esercizio/servizio di vitto e alloggio nei confronti di chi, sia alla prima che alla seconda vicissitudine non potrebbe assolvervi per mancanza pecuniaria e lavorativa, le stesse persone che, evidentemente, non avrebbero avuto nemmeno valenti alternative, al difficoltoso viaggio.

Accogliere una persona straniera è salutarlo di mattina per strada, chiedergli aiuto a scendere la spesa dall’auto e indicargli le informazioni necessarie per raggiungere il medico o anche sedersi al bar per un caffè e due chiacchiere, è chiamare l’idraulico albanese che so già che è molto bravo perché è andato qualche giorno fa da mio cugino, è vedere che adolescenti con cittadinanze differenti abbiamo la stessa possibilità scolastica e formativa e poi, ricoprire lo stesso ruolo lavorativo in due aziende diverse.

Certo, non è solo chiacchiere, tarallucci e vino. È tutta la pazienza e la volontà di ospitare, conoscere (l’un l’altro, e non in un’unica direzione), educare, orientare e di nuovo, condividere. Per questo e per infiniti altri motivi, gli enti coinvolti, su tutti i livelli, ad intervenire in merito al fenomeno, svolgono certamente un compito non solo oneroso e onorevole, ma anche e soprattutto delicatissimo.

In Italia, attualmente, esistono sostanzialmente due modelli di gestione dell’accoglienza: SPRAR e CAS.

Il primo, acronimo di Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati, gestito dal Ministero dell’Interno mediante i singoli Comuni che, a scelta, decidono di attuarne i programmi dopo l’ammissione a finanziamento, di questi ultimi, da parte del Ministero stesso.

È un sistema di per sé più organizzato e meglio impostato, poiché gli Enti locali controllano direttamente lo svolgimento dei progetti di accoglienza, facendo capo e diretto riferimento ai dipartimenti ministeriali appositi.

Di sicuro, l’elemento positivo che spicca da questo sistema è che i gruppi accolti presso i Comuni vengono distribuiti in piccole comunità (solitamente non più di 6) e di solito, corrispondenti a nuclei familiari, donne con bambini o donne sole; inoltre abitano di solito nei centri cittadini in piccoli appartamenti, sicuramente adatti allo scopo, al contrario delle grandi strutture d’accoglienza, che però appartengono alla seconda categoria di gestione dei flussi migratori attuali: i CAS.

Oramai negativamente famosissimi, sono i Centri di Accoglienza Straordinaria, gestiti direttamente dalle singole Prefetture (sempre in capo al Ministero dell’Interno). Nascono recentemente con l’immediata necessità di rispondere ad un numero di arrivo molto più che consistente e quasi incontrollato. In questi centri le varie Prefetture d’Italia, tramite gli Enti Gestori dei Servizi di accoglienza, messi a gara pubblica dall’ente appaltante-prefettura, attivano il servizio di accoglienza materiale nei confronti dei beneficiari, in attesa che Questure e Commissioni Territoriali, mettano in atto il proprio iter procedurale teso all’accettazione, o eventuale rifiuto, della richiesta d’asilo.

Gli enti gestori dei servizi, di solito cooperative sociali, sono tenuti da regolamenti e linee guida prefettizie e ministeriali a garantire i servizi di accoglienza materiale (vitto e alloggio), formazione, tutela e orientamento in materia abitativa, lavorativa, sanitaria e legale fino alla totale inclusione del singolo, nel tessuto sociale ospitante.

Per l’ente gestore significa una mole di lavoro che va oltre la sola assistenza generica alla persona, dato che il lavoro abbraccia varie sezioni logistiche e gestionali del servizio.

L’amministrazione, con tutti i suoi membri, dovrà provvedere a tutto ciò che riguarda l’iter burocratico di gestione dell’ente, dal punto di vista fiscale, finanziario, amministrativo, immobiliare, i dipendenti e i relativi contratti di lavoro con formazione in itinere annessa. Sarà il perno cardine tra l’ente gestore e l’ente appaltante ma non solo, anche rispetto a tutti gli enti pubblici e privati coinvolti nei progetti di accoglienza. L’amministrazione ha la responsabilità della trasparenza, lealtà ed efficacia del lavoro svolto o da svolgere, così da assolvere a tutti i compiti e raggiungere gli obiettivi prefissati.

L’amministrazione lavora in sinergia con l’equipe dell’accoglienza, ovvero operatori sociali, educatori, docenti, assistenti sociali, esperti legali, infermieri e medici, che si avvicendano presso i centri di accoglienza (siano essi grandi o piccoli) a diretto contatto con gli ospiti stranieri. Saranno coloro che avranno modo di parlare, confrontarsi, raccontarsi ed ascoltare gli ospiti, tutelarli e orientarli nel contesto sociale, sanitario e lavorativo italiano, operando con il solo scopo dell’autodeterminazione dell’individuo, e non la sostituzione dell’ente (e delle risorse umane) con l’ospite.

Il concetto è semplice: il papà orgoglioso del figlio che sta imparando ad andare in biciletta, non si sostituisce al piccolo, ma lo sorregge da dietro il sellino, correndo con lui, fin quando non sono state acquisite sicurezza e dimestichezza, perciò, lascia la sella e toglie le mani. Il bambino può pedalare da solo.

Latina, 01.08.2018

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